VITA DI WOLFGANG AMADEUS
MOZART
Cara sorella mia!
ti prego di scrivermi più spesso. . . Mandami a dire
come sta il nostro canarino. Canta ancora? Fischia ancora?
Sai perché penso al nostro canarino? Perché
qui nel nostro albergo ce n'è uno che si da un sacco
di arie, proprio come lui. . . Ieri papa e io ci siamo messi
gli abiti nuovi. Eravamo belli come angeli. Siamo andati a
Messa e abbiamo visto il re, la regina e, per di più,
anche il Vesuvio. Napoli è bella, ma c'è troppa
gente, come a Vienna e a Parigi."
I napoletani, in quella primavera del 1770, si erano abituati
a vederli passeggiare, più a piedi che in carrozza,
per le strade della città: il ragazzo, un adolescente
biondo, magro, non alto, camminava guardando attorno ogni
cosa, gustando l'aria tiepida della sera, simpatico, così
lieto e vivace, con quel suo sorriso fra l'arguto e l'ingenuo.
La regina, incrociandoli sulla passeggiata del molo, li salutava
sorridendo e i due si inchinavano, il padre distinto, serio,
il figlio con uno sguardo insieme dolce e scanzonato. Al ritorno
in albergo, il ragazzo scriveva due righe alla mamma e alla
sorella. Tutto normale, per un giovinetto austriaco in vacanza
alle falde del Vesuvio. Un po' meno normale il fatto che prima
o dopo le 'due righe a casa' il ragazzo scriva spesso anche
qualche Sonata, qualche Minuetto,
un Concerto, o un'Ouverture. . . ma è
l'"amato da Dio", "Teofilo" in Germania,
"Amadeo" in Italia, Giovanni Crisostomo Volfango
Mozart.
Nato a Salisburgo il 27 gennaio del 1756, da Leopoldo e da
Anna Maria Pertl, a quattordici anni Volfango è un
fenomeno di cui tutta Europa parla: può scrivere un
concerto in un'ora, un'Opera intera in pochi giorni, improvvisare
per ore al clavicembalo su qualunque tema gli venga proposto.
Una volta, in casa di amici, preso un foglio lo divide in
due. Dopo pochi minuti la musica è scritta: una pagina
profondamente triste, l'altra piena di vivacità e di
gioia. Poi, esclamando "Arrivederci a tutta la compagnia!",
se ne esce, con l'aria più naturale del mondo. Per
lui, la musica è una forza istintiva, un fresco torrente
di suoni che scaturisce limpido come la sorgente dalla roccia.
Le immagini sonore appena scritte sono già dimenticate:
altre si affollano alla mente, accompagnano i suoi gesti,
scandiscono il ritmo dei suoi passi, gli cantano dentro chiedendo
solo d'essere espresse. Come sempre, da quella volta a Salisburgo
quando tutto è cominciato, come per gioco, nella sua
bella casa della Getreidegasse. . .
« Una bestia rara » - È sera. In casa Mozart
si accordano gli strumenti: dopo una giornata di lavoro, niente
di più distensivo per Leopoldo che fare un po' di musica
con due amici. Mentre si sta per dare il via all'esecuzione
di un Trio, Volfango, serio serio, fa capolino in salotto
portando con sé un piccolo violino regalatogli dal
padre. "Potrei eseguire la parte del 'secondo violino'?",
chiede. Gli ospiti, divertiti, decidono di stare al gioco.
Il bimbo è felice. Sta un attimo in silenzio, guarda
'i grandi' aspettando 1' "attacco", poi incomincia
a suonare con loro. Dopo le prime battute, il babbo e gli
amici si fermano sbalorditi: quattro anni sono davvero pochi
per un "secondo violino", ma l'esecuzione di Volfango
è perfetta. Immobile al clavicembalo, papa Leopoldo
non sa nascondere la commozione. "Quando suonavi o componevi
- scriverà molti anni dopo al suo Wol-ferl ormai uomo
- nessuno avrebbe osato interromperti. La tua espressione
era così severa e profonda da mettere in ansia per
la tua stessa vita."
Da quel momento sono ore e ore di lezione ogni giorno e tournées'
faticose in tutti i più importanti centri musicali
d'Europa: Maria Anna, la sua cara 'Nannerl', la sorellina
di cinque anni più anziana, lo accompagna, essa pure
bravissima, al clavicembalo.
Volfango ha solo sei anni quando riceve l'invito di
Maria Teresa d'Austria alla Corte di Vienna. Lo presentano
ali' imperatrice ed egli, senza troppo pensarci su, invece
di farle un bell'inchino, le sorride, le salta sulle ginocchia
e l'abbraccia stretta. Poi, tutto felice, se ne va al clavicembalo.
Finito il concerto, è Sua Maestà in persona
a dare il via agli applausi.
Per tutto il tempo del loro soggiorno a Vienna, Nannerl
e Volfango saranno i beniamini, a Corte. Volfango
soprattutto, che tutto fiero nel bell'abito col panciotto
e lo spadino regalatogli dall'imperatrice, si diverte un mondo
nei giardini e nei saloni del palazzo di Schònbrunn.
"Ma come stoni, caro!", osserva candidamente all'arciduca
Giuseppe che si esercita con il violino. E un giorno il grande
Wagenseil, seduto al cembalo accanto a lui, si sente chiedere
dal bimbetto perfettamente a suo agio e per nulla impressionato
dall'importante personaggio: "Devo suonare un vostro
concerto; volete per cortesia voltarmi le pagine?". Un
altro giorno scivola su uno dei 'parquets' della Reggia. L'arciduchessa
Maria Antonietta - la futura regina di Francia - gli è
premurosamente accanto e lo aiuta a rialzarsi. Volfango sorride
alla bimba -l'arciduchessa ha sette anni - e le dichiara francamente:
"Siete davvero gentile. Quando sarò grande vi
sposerò". "Perché mai, caro?",
gli chiede l'imperatrice, che ha assistito alla scenetta.
"Be', per ricompensarla!", spiega Volfango convinto.
La sua allegria, la sua spontaneità, il suo sorriso
e i suoi slanci affettuosi sono irresistibili. Tutta la Corte
ne è conquistata.
Il fascino che il piccolo Mozart esercitava sul pubblico era
straordinario. Stupiva soprattutto vederlo così bambino,
pur fra tante prove del suo genio. Nonostante tutte le mirabolanti
imprese compiute sulla tastiera del clavicembalo, era capace
dei gesti infantili più disarmanti.
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