ANTONIO VIVALDI
Quando il Goldoni, incaricato di apportare alcune modifiche
alla parte del soprano nel libretto di Apostolo Zeno per l'Opera
Griselda, si recò dall'Abate Antonio Vivaldi per accordi,
il musicista lo ascoltò distrattamente, continuando
a leggere il suo breviario; il giovanotto gli era parso inesperto
e poco promettente. Alla fine gli dette carta, penna e calamaio:
dimostrasse quanto valeva.
"Leggo allora attentamente la scena - scrive il Goldoni
nelle sue memorie -, raccolgo il sentimento dell'aria cantabile
e ne faccio una di azione, di passione, di movimento. Gliela
porto, gliela faccio vedere, tiene con la dritta il breviario,
con la sinistra il mio foglio, legge piano. Finito di leggere
getta il breviario in un canto, si leva, mi ab- braccia, corre
alla porta, chiama la signora Anni-na (la cantante in questione),
le legge l'arietta gridando forte: 'L'ha fatta qui, qui l'ha
fatta, l'ha fatta qui!' e nuovamente mi abbraccia e mi dice
bravo e sono diventato il suo Caro, il suo Poeta, il suo Confidente."
Strano e scontroso, ma generoso verso il Gol-doni nell'immediato
ricredersi, Vivaldi non era certo facile a trattare, e lo
confermano certi titoli delle sue opere. La Stravaganza, L'Estro
Armonico, mettendo a fuoco un carattere bizzarro che segue
prima l'impulso e poi la ragione.
Le notizie sulla sua vita sono scarse e incerte. Nato a Venezia
il 4 marzo 1678, comincia ben presto a familiarizzarsi con
l'organo di Cappella e con il violino, strumento in cui diviene
presto espertissimo, forse anche per merito del padre, Giambattista,
violinista della Cappella Ducale di San Marco.
Tra i contemporanei è oggetto di critiche contradditorie:
"Eccellente suonator di violino ma me-diocre compositore"
a detta del Goldoni, pare che Carlo Gozzi lo tenesse in gran
conto, non si sa se per autentica stima o soltanto per contraddire
il Goldoni, sull'onda di quella polemica che vide i due letterati
nemici irriducibili per tutta la vita.
"Tra tutte le Ouvertures da me udite - scrive Angelo
Goudar, un gentiluomo appassionato di musica - non trovo che
un tal Vivaldi veneziano che abbia detto qualcosa in sinfonia;
egli ha descritto in un gran concerto di violini le quattro
stagioni dell'anno." E il diplomatico francese De Brosses
annota: "Vivaldi è un vecchio che ha una furia
di composizione prodigiosa. L'ho sentito io stesso vantarsi
di saper comporre un intero concerto in un tempo minore di
quanto ne occorra a un copista per copiarlo".
I musicisti - secondo un'espressione del tempo -scrivevano
un concerto il sabato, lo facevano eseguire la domenica e
il lunedì lo chiudevano in un
cassetto, lo dimenticavano. Ripetersi significava perdere
l'effimero favore del pubblico, raffinato ma superficiale,
smanioso di divertirsi senza impegno, più pronto ad
apprezzare i virtuosismi di un passaggio di violino o i vocalizzi
di una cantante che il valore intrinseco di un'opera. Vivaldi
non sfuggiva al costume; scrivere musica era il suo lavoro
e lo compiva con estro impetuoso, obbedendo alle ordinazioni
e al calendario, senza immaginare che i suoi concerti, eseguiti
a Venezia per un distratto uditorio di dame e cavalieri incipriati,
fra sussurri e battere di ventagli, avrebbero affollato. Due
secoli dopo, i teatri di tutto il mondo.
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